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Home » News » UNA SPECIE DI ALASKA di Harold Pinter Gioved? 17 Febbraio 2005 al Cinema Teatro

In “Una specie di Alaska”, atto unico scritto nel 1982, Harold Pinter ci presenta il dramma senza speranza di una donna che si è risvegliata dal coma e ne indaga i ricordi, i percorsi della memoria, i pensieri e i sogni.
Ispirandosi ad “Awakenings” di Oliver Sacks, Pinter mette in scena Deborah (Mila Moretti), una donna colpita da una rara e sconosciuta malattia che si è addormentata all'età 16 anni e si risveglia da un coma durato 29 anni. Hornby (Matteo Cotugno), il medico che l’ha assistita durante questo periodo, è riuscito a risvegliarla grazie a un nuovo farmaco.
Deborah è scissa tra i ricordi dei suoi sedici anni, della sua vita spensierata e felice, e gli incubi creati dalla sua mente durante il coma. Sarà la sorella Pauline (Anna Rita Fiorentini) a riportare Deborah alla realtà del risveglio, alternando le bugie a quelle verità difficili da accettare.
Il risveglio di Deborah è come una rinascita in un mondo impossibile da riconoscere e da identificare, dove emergono con forza le emozioni della paura e della rabbia, della gioia e della sorpresa dell’essere stati gettati nel mondo.
Accanto ai tre interpreti, Irene Stracciati delinea con la sua danza il sogno di Deborah che apre e chiude poeticamente lo spettacolo.
La regia di Nino Campisi identifica e sottolinea con forza i tre diversi stati mentali e temporali di Deborah mentre il mondo reale appare avvolto in un bianco candore, in una specie di gelida Alaska.


Immaginate un sonno lungo ventinove anni. Immaginate una sospensione irreale, un galleggiamento mentale nel liquido amniotico di una rinascita eternamente rinviata. Immaginate di vivere una prolungata astrazione tra le pareti trasparenti e asettiche di un non-luogo dispnoico e angusto. Uno spazio psichico, artificiale, ai margini del fluire fisico, concreto, della vita reale. Solo allora vi accorgerete di trovarvi in “Una specie di Alaska”.
Sono queste le premesse dell’omonimo spettacolo diretto da Nino Campisi, tratto da un atto unico di Harold Pinter, a sua volta ispiratosi ad una storia realmente accaduta e portata alla luce nei “Risvegli” di Oliver Sacks.

La protagonista, Deborah (Mila Moretti), è una paziente rimasta “addormentata”, sepolta in uno stato di congelamento soffocante ed inaccessibile (“una specie di Alaska”, appunto) per ventinove anni. All’improvviso, “succede qualcosa”.
Il risveglio, indotto dalla L-dopa, un nuovo farmaco sperimentato dal dottor Hornby (Matteo Cotugno), riporta Deborah ad una realtà nella quale non ha più sedici anni, come nel giorno in cui sprofondò in quel dilatato torpore patologico, ma quarantacinque. Non ha idea della propria età, né di quello che le sia capitato durante questo lungo intervallo di tempo, sospesa tra i ricordi della vita spensierata di adolescente e gli incubi incubati dalla sua mente durante il coma.

Deborah stenta a riconoscere persino la sorella Pauline (Anna Rita Fiorentini), che pure, alternando concitate bugie a realtà difficili da accettare, riuscirà con l’aiuto del medico a riportarla momentaneamente “con i piedi per terra”. Ma, a questo punto, quel “qualcosa” giunto a spezzare l’isolamento si ripiega su se stesso, riassorbendosi.
Alla brutale realtà di tutti i giorni, intessuta di dolore, morte e scogli da superare, Deborah finirà col preferire l’abbraccio ipnotico dell’angelo effimero e danzante delle proprie fantasie (interpretato da Irene Stracciati): “una Bella Addormentata che non è riuscita a sopportare il proprio risveglio, e che non sarà risvegliata mai più” (Sacks); un neonato che, affacciatosi e visto il mondo di fuori, decide che è meglio ritornare nella propria placenta.


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